Il diritto su web è una delle materia più interessanti da seguire per chi ha iniziato a usare internet quando ancora il browser era esclusivo sinonimo di Netscape e i provider pubblici di caselle email si contavano su una mano. Un campo indubbiamente ancora costellato di zone grige e in costante evoluzione.
Purtroppo nonostante le più o meno belle parole che ciclicamente arrivano dai cosidetti addetti ai lavori italiani sempre più spesso tristemente qualificati da sontuose lauree e master dirigenziali piuttosto che per i successi di memorabili servizi o riconoscimenti sul campo, lo stato del web in italia a me continua a sembrare sempre in bilico tra il desolante e il quasi decente.
Solo abbracciando questa mesta prospettiva forse non dovrebbe sorprenderci un fatto senza precedenti, ovvero la condanna oggi depositata agli atti di alcuni dirigenti di Google, per la condivisone online di un clip che mostrava i maltrattamenti subiti nel 2006 da un disabile in una scuola torinese.
Senza voler neppure arrivare all'estremo paradossale quanto razionalmente ovvio di Beppe Grillo, ovvero chiedersi se non era piuttosto il caso di ringraziare Google per aver reso pubblico e quindi perseguibile questo abuso grave che altrimenti sarebbe scomparso nell'omertà delle mura scolastiche, viene piuttosto da chiedersi come sia accettabile legislativamente che uno strumento sia responsabile dell'azione dell'utilizzatore.
Come dire che se uno squilibrato decide di minacciare telefonicamente qualcuno, la compagnia telefonica è da ritenersi almeno parzialmente corresponsabile per aver consentito l'utilizzo pubblico dei suoi servizi telefonici?
Come dire che se uno squilibrato decide di minacciare telefonicamente qualcuno, la compagnia telefonica è da ritenersi almeno parzialmente corresponsabile per aver consentito l'utilizzo pubblico dei suoi servizi telefonici?
Un paradosso ai confini del risibile che però purtroppo non ci fa ridere proprio per niente, ha infatti lasciato a dire poco perplessi molti dei media specializzati e non, in italia e all'estero. Scartabellando sul web è difficile trovare una testata web o giornalistica che sia riuscita a farsi un opinione favorevole o quantomeno positivamente costruttiva di questo "geniale" verdetto tutto italiano. Ecco qui una rassegna stampa in merito ai media internazionali: New York Times, The Guardian, TechCrunch, Business Insider e ReadWriteWeb tanto per citarne alcuni di una certa autorevolezza.
Che dire. Come utente internet, non voglio neppure dire italiano perchè grazie a dio almeno in rete la geografia rimane un fatto piuttosto labile e arbitrario, mi sento parte integrante di quel web sociale che genera i contenuti stessi che compongono in ultima analisi la struttura del web stesso. Non posso quindi che dissociarmi completamente dalla posizione ufficiale della legge italiana in merito. Voglio dire...questa gente, è palese, non sta per niente bene...
E dissociarmi soprattutto dalle parole del Magistrato Oscar Magi quando dice "non esiste sconfinata prateria di internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato (...) pena la scomunica mondiale del popolo del web".
Difficile riconoscere in un verdetto simile e nelle parole che l'accompagnano quella cognizione di causa dovuta e indispensabile alla valutazione oggettiva di un fatto, che pur nella sua relativa complessità, contiene i punti chiave di quei famosi diritti di espressione democratica e civile a cui un paese democratico difficilmente può non attenersi.
Detto in parole povere direi che nel migliore dei casi siamo di fronte al classico errore in cui si confonde la forma (un servizio web) con la sostanza (un abuso ai danni di un disabile).
Svista che onestamente proprio non è possibile accettare da alcuna autorità, meno che mai poi da una giuridica. Emblematica a riguardo anche la dichiarazione ufficiale rilasciata dall' Ambasciata degli Stati Uniti che fa notare come "il principio fondamentale della libertà di internet è vitale per le democrazie".
Avremo toccato il fondo? Non ancora. Non ancora...

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